Come trasformiamo un racconto in un libro
Raccogliere due ore di ricordi è la parte che riesce a chiunque. Farne un libro che la famiglia riconosce come la voce di quella persona, no: è lì che si ferma quasi chi ci prova da solo, e lì si vede la differenza fra un lavoro fatto e uno improvvisato.
Il metodo che usiamo è nato scrivendo libri veri per famiglie vere, e correggendolo ogni volta che una pagina non veniva riconosciuta da chi l’aveva raccontata. Non è un segreto: queste tre pagine lo spiegano per intero.
La traccia dei sedici capitoli
La traccia con cui affrontiamo ogni racconto: dodici capitoli cronologici e quattro tematici. Il libro finito ne ha sempre almeno sedici, spesso di più, perché il racconto si divide.
La scatola degli attivatori
Prima di scrivere raccogliamo dodici oggetti, dodici fotografie, dodici luoghi e dodici nomi presi dal racconto. Serve a impedire che una vita diventi un elenco di date.
Come scriviamo il libro
Dalla registrazione al capitolo finito: prima persona sempre, struttura cronologica con intermezzi tematici, scena prima del contesto, almeno una frase testuale per capitolo e il divieto di aggiungere.
Perché lo raccontiamo
Perché sapere come si fa non è la stessa cosa che farlo. Chi legge queste pagine e decide di provarci per conto suo ha in mano qualcosa di utile, e ci fa piacere: il nostro mestiere è che le storie non si perdano, non che si perdano da soli.
E chi decide di farlo fare a noi sa esattamente cosa stiamo facendo al racconto di suo padre, e perché. È l’unico modo onesto di vendere un lavoro che si giudica solo alla fine.
Se il racconto vale un libro
Conduciamo noi l’intervista, scriviamo il libro e ve lo consegniamo a casa, con la copertina rigida. Chi racconta non deve scrivere una riga.
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