Le domande per farsi raccontare una vita
Quasi nessuno racconta la propria vita se non gliela si chiede, e quasi nessuno sa cosa chiedere. Si finisce per domandare «com’era una volta», si riceve una risposta di due righe e la conversazione muore lì.
Queste pagine raccolgono le domande che usiamo davvero nelle nostre interviste, riscritte perché possiate usarle voi. Sono divise per persona e per periodo della vita: si prende la pagina che serve e si va avanti una domanda alla volta.
Vale per tutte la stessa regola: si parte da un luogo o da un oggetto, mai da un sentimento. «Com’era la cucina di casa tua» apre molto più di «eri felice».
Le raccolte
Le domande da fare a tua madre, prima che sia tardi
28 domandeDi nostra madre conosciamo la versione che ci è arrivata a tavola: qualche episodio ripetuto negli anni, sempre con le stesse parole, e un gran silenzio intorno. Della ragazza che è stata prima di diventare madre, di solito, non sappiamo quasi niente.
Le domande da fare a tuo padre
28 domandeCon i padri capita spesso la stessa cosa: si arriva a cinquant’anni sapendo che lavoro faceva, e quasi nient’altro. Non perché non ci fosse, ma perché di sé non parlava, e a nessuno è venuto in mente di chiedere finché c’era tempo.
Le domande da fare ai nonni
29 domandeI nonni sono l’ultimo anello che tiene insieme una famiglia con la sua storia lunga. Sanno i nomi dei bisnonni, sanno perché ci si è spostati da un paese all’altro, sanno cosa è successo davvero in quell’anno di cui in casa si parla a mezze frasi. Quando se ne vanno, quel pezzo non lo recupera più nessuno.
Le domande da farsi, se la storia da raccontare è la tua
27 domandeNon sempre la storia da raccogliere è quella di qualcun altro. Molte persone, verso i settant’anni, sentono che vorrebbero lasciare qualcosa di scritto ai figli o ai nipoti, e non sanno da che parte prendere la cosa.
Domande sulle radici di famiglia
26 domandeÈ la parte del racconto che sparisce per prima, e non c’è modo di recuperarla dopo. Riguarda persone morte da decenni, che nessuno ha mai messo per iscritto e di cui restano al massimo due fotografie senza didascalia.
Domande sull’infanzia: da qui conviene cominciare
26 domandeOgni intervista che facciamo comincia dall’infanzia, e non è una scelta sentimentale. È che l’infanzia è l’unico periodo che quasi tutti raccontano volentieri: è lontano abbastanza da non fare più male, e nessuno ha niente da difendere.
Domande su scuola e adolescenza
26 domandeSono gli anni in cui una persona decide chi vuole essere, e quasi sempre lo decide contro qualcuno: i genitori, il paese, quello che ci si aspettava da lei.
Domande sul lavoro e sul mestiere
26 domandePer molte persone, e per gli uomini della generazione oggi più anziana quasi sempre, il lavoro è la parte della vita di cui parlano più volentieri. È il terreno su cui si sono sentite capaci, e quindi quello su cui si aprono senza difendersi.
Domande su amore e matrimonio
26 domandeIn ogni famiglia italiana esiste una versione ufficiale di come si sono conosciuti i genitori: dura quaranta secondi, si racconta alle cene e non cambia mai di una parola.
Domande sui figli e sull’essere genitori
26 domandeÈ il blocco in cui chi fa le domande si trova, all’improvviso, dentro le risposte. Sentirsi descrivere da bambino da chi ci ha cresciuto è una cosa che quasi nessuno ha mai provato, e spesso è il momento in cui l’intervista diventa qualcos’altro.
Domande sugli anni difficili
25 domandeÈ il blocco che va tenuto per ultimo, quando la conversazione si è scaldata e c’è abbastanza fiducia. Aprire un’intervista dalle perdite è il modo più sicuro per chiuderla dopo dieci minuti.
Le domande sul lascito, con cui si chiude
25 domandeCon questo blocco chiudiamo tutte le nostre interviste, e conviene tenerlo per ultimo anche in una conversazione in famiglia. Chi ha raccontato per due ore, arrivato qui, dà le risposte più precise dell’intera sessione: ha già ripercorso tutto, e sa cosa conta.
Tre cose che cambiano la resa
Registrate. Con il telefono sul tavolo, dicendolo prima. Gli appunti non tengono le parole esatte, e le parole esatte sono l’unica cosa che dopo non si può ricostruire.
Una volta sola, ma lunga. Due ore in un pomeriggio valgono più di dieci telefonate da un quarto d’ora: il racconto ha bisogno di scaldarsi, e ricomincia da capo ogni volta che si interrompe.
Non correggete mentre parla. Se sbaglia una data la si sistema dopo. Chi viene corretto si chiude, e la versione spontanea non torna più.
Oppure lo facciamo noi
Conduciamo noi l’intervista, scriviamo il libro e ve lo consegniamo a casa, con la copertina rigida. A chi racconta chiediamo due ore, una volta sola.
Parliamone