Guida

Come scrivere la biografia di un genitore

Dalla registrazione al libro finito: come si struttura la biografia di un genitore, quanti capitoli servono, come si tiene la sua voce e quali errori fanno quasi tutti alla prima prova.

Raccogliere il racconto è la parte che riesce a tutti. Il punto in cui quasi tutti si fermano è quello dopo: si ritrovano con due ore di registrazione, quaranta pagine di trascrizione disordinata e nessuna idea di come farne un libro.

Questa guida è su quella parte. Non è teoria: è il metodo con cui scriviamo i libri dei nostri clienti, ridotto all’osso.

Prima di scrivere: la promessa del libro

Prima di mettere in fila una riga, serve rispondere a una domanda: di cosa parla questo libro?

Non «della vita di mia madre». Quella non è una risposta, è un contenitore. La risposta utile suona più così: una donna che ha passato la prima metà della vita a conquistarsi la libertà e la seconda a viverla. Oppure: un uomo partito da un paese di mille abitanti che ha ricostruito tre volte tutto da capo.

Quella frase, che nel nostro metodo chiamiamo la promessa del libro, decide tutto il resto: cosa entra, cosa resta fuori, in che ordine si mette. Senza, il libro diventa un elenco cronologico di eventi in cui nessun capitolo pesa più di un altro, ed è il difetto numero uno delle biografie familiari fatte in casa.

La struttura: cronologica, con intermezzi

L’impianto che regge meglio è cronologico, dall’infanzia a oggi, con dentro alcuni capitoli tematici che rompono la sequenza.

I capitoli tematici sono quelli che non stanno in un anno preciso perché attraversano tutta la vita: il rapporto con un genitore, il mestiere imparato e portato avanti per decenni, una fede, una passione, una persona che torna a ogni svolta.

Nel nostro schema sono sedici capitoli, di cui quattro tematici, e i quattro tematici sono la ragione per cui i libri non si assomigliano tutti: la parte cronologica di due vite può somigliarsi, quella tematica mai.

Una nota che vale più di quanto sembri: anche l’assenza è un capitolo. Se il padre non c’era, il capitolo sul padre si scrive lo stesso, e parla di quello. Saltarlo perché “non c’è niente da dire” toglie al libro una delle cose che lo spiegano.

Ogni capitolo: scena, cornice, riflessione

Il capitolo che funziona ha tre movimenti, in quest’ordine.

Una scena. Un momento preciso, con un luogo, un’ora, delle persone e almeno un dettaglio fisico. Non «gli anni della guerra furono duri», ma la mattina in cui sono arrivati i camion e cosa aveva in mano. Si apre sempre con la scena, mai con il contesto: il contesto senza scena è un tema delle medie.

La cornice. Subito dopo, quel tanto di contesto che serve a capire: gli anni, il posto, come funzionava allora, chi erano le persone nominate.

La riflessione. Poche righe alla fine, con le parole di chi racconta, su cosa ha significato. È la parte che va tenuta più corta di quanto viene istintivo, e va presa dal parlato: se la scrivete voi, si sente.

Tenere la sua voce

È il punto in cui si gioca la differenza fra un libro che la famiglia riconosce e un libro che sembra scritto da un ufficio.

In ogni capitolo va lasciata almeno una frase testuale, presa dalla registrazione parola per parola, non ripulita. Sono le frasi che chi legge riconosce come sue: un modo di dire, una parola del dialetto, una costruzione storta che però è la sua. Nel nostro gergo le chiamiamo le frasi da tenere, e sono la cosa che i figli citano quando raccontano il libro ad altri.

Allo stesso tempo, il parlato non si trascrive così com’è. Il parlato ha ripetizioni, frasi lasciate a metà, «cioè» e «insomma» ogni tre parole: sulla pagina diventa illeggibile. Si toglie l’inciampo e si tiene il carattere.

La regola pratica: si può togliere, si può accorciare, si può spostare. Non si può aggiungere. Nessun fatto, nessun sentimento e nessun dettaglio che la persona non abbia detto. È la differenza fra un memoir e un romanzo, e chi la supera se ne accorge alla prima lettura del protagonista.

Sempre in prima persona, anche quando a commissionare il libro è un figlio: la terza persona trasforma un racconto in una scheda.

Le fotografie

Le fotografie non vanno raccolte in fondo. Vanno messe dentro il capitolo a cui appartengono, vicino al punto in cui si parla di quella persona o di quel giorno.

Ognuna con una didascalia che dica almeno chi c’è, dove e quando, con i nomi per esteso. Fra vent’anni la didascalia varrà più della foto: le facce restano, i nomi no.

Se le foto sono poche non è un problema. Se sono centinaia, si sceglie: venti fotografie al punto giusto funzionano meglio di duecento ammassate.

Quanto deve essere lungo

Fra le ottanta e le duecentocinquanta pagine, secondo quanto è uscito dall’intervista. Non conviene allungare. Un libro breve e denso si rilegge, un libro gonfiato per arrivare a un numero non lo finisce nessuno, nemmeno i parenti.

Il segnale che si sta allungando è sempre lo stesso: compaiono paragrafi di contesto storico generale che si potrebbero copiare da un’enciclopedia. Se una pagina potrebbe stare identica nel libro di un’altra famiglia, va tolta.

I quattro errori che vediamo più spesso

Scrivere in terza persona. Toglie la voce e allontana chi legge.

Ordinare tutto per data. Un elenco cronologico senza capitoli tematici e senza gerarchia è la forma più noiosa possibile di una vita interessante.

Ripulire troppo il parlato. Alla fine è corretto, scorrevole e non è più lui.

Aggiungere quello che manca. La tentazione arriva sempre nello stesso punto, quando su un episodio importante il racconto è avaro. Si resiste: si può chiedere di nuovo alla persona, non inventare il pezzo che manca.

Fatelo leggere prima di stampare

Il testo va sempre fatto leggere al protagonista prima della stampa, e le sue correzioni si applicano tutte, anche quelle che vi sembrano sbagliate. È il suo libro.

Preparatevi a due tipi di richieste. Le correzioni di fatto, che sono facili. E le richieste di togliere: quasi sempre arrivano sui passaggi più belli, quelli in cui si è esposto di più. Si toglie senza discutere. Un libro che la persona non è serena di far leggere ai nipoti ha fallito, per quanto bello sia.

Se preferite non farlo voi

La parte lunga non è scrivere: è trascrivere, mettere in ordine, decidere cosa tenere e impaginare. Chi ci prova da solo di solito si ferma alla trascrizione, che richiede circa quattro ore per ogni ora di registrazione.

Noi facciamo questo di mestiere: conduciamo l’intervista, scriviamo il libro, lo impaginiamo, lo stampiamo con la copertina rigida e ve lo consegniamo a casa. Alla persona che racconta chiediamo due ore, una volta sola.

Aggiornato il 12 agosto 2026

Domande frequenti

Quanto deve essere lungo il libro della vita di un genitore?
Fra le ottanta e le duecentocinquanta pagine, secondo quanto materiale esce dall'intervista. Non conviene allungare: un libro breve e pieno si rilegge, un libro gonfiato non lo finisce nessuno, nemmeno in famiglia.
Si scrive in prima o in terza persona?
In prima persona, con la voce del protagonista, anche quando a commissionare il libro è un figlio. La terza persona trasforma un racconto di famiglia in una scheda biografica, e chi legge smette di sentire la persona.
Quanto tempo ci vuole a scrivere una biografia familiare?
Chi lo fa da solo, nella nostra esperienza, impiega mesi e spesso si ferma alla trascrizione, che da sola richiede circa quattro ore per ogni ora di registrazione. Con un metodo rodato si sta fra le due e le dodici settimane dall'intervista.
Cosa si fa con i fatti dolorosi o le versioni discordanti?
Si mette per iscritto la versione di chi racconta, con le sue parole, e non si arbitra. Se in famiglia esistono ricordi diversi dello stesso episodio, il libro può dirlo apertamente: è più onesto e regge meglio nel tempo di una versione ufficiale imposta.

Se il racconto vale un libro

Conduciamo noi l’intervista, scriviamo il libro e ve lo consegniamo a casa, con la copertina rigida. Chi racconta non deve scrivere una riga.

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