Guida

Scrivere la biografia di famiglia da soli, o farla scrivere

Quanto lavoro richiede davvero scrivere la storia di un genitore, dove si ferma quasi chi ci prova, e in quali casi conviene invece farlo da soli. Detto da chi lo fa di mestiere.

Questa guida vi conviene leggerla sapendo cosa facciamo: scriviamo memoir di famiglia per lavoro. Detto questo, l’idea che chiunque debba affidarsi a qualcuno per raccontare la storia di sua madre è falsa, e sarebbe comodo per noi sostenerla.

Ci sono casi in cui farlo da soli è la scelta giusta. Ce ne sono altri in cui è il modo più sicuro per non farlo mai. La differenza non sta nel talento di chi scrive, ma in due o tre condizioni molto concrete.

Cosa richiede davvero, ora per ora

Quasi tutti sottovalutano il lavoro perché immaginano solo la scrittura, che è la parte breve. Il percorso vero è questo.

Raccogliere il racconto: due ore di conversazione, più il tempo per organizzarla. È la parte che riesce a chiunque.

Trascrivere: circa quattro ore di lavoro per ogni ora di registrazione se lo fate a mano. Con la trascrizione automatica si scende molto, ma resta il lavoro di correzione, che su una persona anziana si concentra proprio dove conta: nomi propri, paesi, parole di dialetto.

Mettere in ordine: decidere i capitoli, spostare gli episodi al posto giusto, capire cosa tenere e cosa lasciare fuori. È la parte in cui si decide se il libro sarà un elenco di date o una storia.

Scrivere: da qui in poi dipende da quanto materiale c’è.

Impaginare e stampare: scegliere il formato, sistemare le fotografie con le didascalie, preparare i file per una tipografia.

Il punto in cui si ferma quasi chiunque è il secondo. Non per pigrizia: perché quaranta pagine di parlato disordinato scoraggiano, e la conversazione bellissima di quel pomeriggio, sulla pagina, sembra improvvisamente informe.

Quando farlo da soli è la scelta giusta

Quando la persona parla solo con voi. Ci sono padri e nonni che con un estraneo si chiudono e basta. Se sapete che è il vostro caso, nessun professionista può sostituirvi: meglio un libro imperfetto fatto da un figlio che una sessione riuscita a metà.

Quando avete già cominciato. Se in casa ci sono quaderni, lettere, memorie scritte a mano, siete già a metà strada. Lì il lavoro è di ordinamento, e si può fare a pezzi, senza scadenze.

Quando il valore è nel farlo, non nell’averlo fatto. Per alcune famiglie le ore passate a rileggere le registrazioni sono il regalo, non il libro. È una ragione perfettamente valida, e nessuno può farla al posto vostro.

Quando c’è tempo. Se la persona sta bene e non c’è nessuna urgenza, potete permettervi di provarci, fermarvi, riprendere fra sei mesi.

Quando conviene farlo fare

Quando la persona racconta di più a un estraneo. Succede molto più spesso del contrario, ed è la ragione principale per cui le famiglie ci chiamano. Con un figlio davanti si racconta una versione addomesticata: si salta quello che potrebbe ferire, si evita quello che è già stato discusso, si dà per scontato tutto ciò che l’altro dovrebbe sapere. Con qualcuno che non era presente ai fatti, esce molto di più.

Quando c’è un’urgenza vera. Una diagnosi, un’età avanzata, una memoria che comincia a fare scherzi. In quei casi il tempo non c’è per imparare a farlo: conviene raccogliere subito, bene, e poi decidere.

Quando serve un oggetto finito per una data. Un compleanno, un anniversario, una festa di famiglia. Un progetto personale senza scadenza vera slitta quasi sempre.

Quando ci avete già provato e siete fermi. Se avete registrazioni ferme da mesi e ogni volta rimandate, il problema non si risolve con più buona volontà. Da lì si può ripartire, e non serve rifare l’intervista.

Quello che non cambia, in entrambi i casi

Che lo scriviate voi o che lo scriva qualcun altro, tre cose valgono uguale.

Registrate. È l’unica parte davvero irrecuperabile. Un libro si può scrivere fra dieci anni, una voce no.

Non aggiungete. La tentazione arriva sempre nello stesso punto, quando su un episodio importante il racconto è avaro. Si resiste: si può richiedere alla persona, non inventare il pezzo che manca. È la differenza fra un memoir e un romanzo, e chi la supera se ne accorge alla prima rilettura del protagonista.

Fatelo leggere prima di stampare, e applicate tutte le correzioni, comprese quelle che vi sembrano sbagliate. È il suo libro.

Se decidete di provarci

Il metodo che usiamo è pubblico: la struttura dei capitoli, il modo in cui teniamo a terra il racconto con le cose concrete e i cinque criteri di scrittura sono spiegati per intero, e le domande dell’intervista sono lì da usare.

Non lo pubblichiamo per generosità: lo pubblichiamo perché una storia raccolta male è una storia persa comunque, e a noi interessa che si raccolgano.

Se poi vi fermate a metà, chiamateci pure con le registrazioni in mano. Si riparte da lì.

Aggiornato il 12 agosto 2026

Domande frequenti

Quanto tempo ci vuole a farlo da soli?
La parte lunga non è scrivere, è trascrivere e mettere in ordine. Contate circa quattro ore di lavoro per ogni ora di registrazione solo per la trascrizione, prima ancora di aver scritto una riga di libro.
Serve saper scrivere bene?
Meno di quanto si creda. Il rischio vero non è lo stile: è aggiungere quello che manca quando su un episodio importante il racconto è avaro, e finire per scrivere un romanzo invece di un memoir.
Posso farmi aiutare solo per la parte finale?
Sì, ed è una richiesta che riceviamo spesso da chi ha già raccolto ore di registrazioni e si è fermato. In quel caso si parte dal materiale che c'è invece che da un'intervista nuova.
E se comincio e non finisco?
È l'esito più comune, e non è un disastro: la registrazione resta, ed è la parte che non si può più recuperare dopo. Un racconto raccolto e non scritto vale infinitamente più di un progetto perfetto mai cominciato.

Se il racconto vale un libro

Conduciamo noi l’intervista, scriviamo il libro e ve lo consegniamo a casa, con la copertina rigida. Chi racconta non deve scrivere una riga.

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